IL VANGELO DEL GIORNO XXIV DOMENICA E SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO C             IL VANGELO NEL 21° SECOLO
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SE ASCOLTATE OGGI LA VOCE DEL SIGNORE NON INDURITE I VOSTRI CUORI

IL VANGELO DEL GIORNO XXIV DOMENICA E SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO C IL VANGELO NEL 21° SECOLO

Sabato Della XXIV Settimana del Tempo Ordinario Anno C
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 8,4-15)
Il seminatore uscì a seminare il suo seme.
Parte cadde sul terreno buono e fruttò cento volte tanto.

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Dal Vangelo secondo Luca (Lc 8,4-15)
Poiché una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, Gesù disse con una parabola: «Il seminatore uscì a seminare il suo seme. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la mangiarono. Un'altra parte cadde sulla pietra e, appena germogliata, seccò per mancanza di umidità. Un'altra parte cadde in mezzo ai rovi e i rovi, cresciuti insieme con essa, la soffocarono. Un'altra parte cadde sul terreno buono, germogliò e fruttò cento volte tanto». Detto questo, esclamò: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».
I suoi discepoli lo interrogavano sul significato della parabola. Ed egli disse: «A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo con parabole, affinché
vedendo non vedano
e ascoltando non comprendano.
Il significato della parabola è questo: il seme è la parola di Dio. I semi caduti lungo la strada sono coloro che l'hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la Parola dal loro cuore, perché non avvenga che, credendo, siano salvati. Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, ricevono la Parola con gioia, ma non hanno radici; credono per un certo tempo, ma nel tempo della prova vengono meno. Quello caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione. Quello sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza. Parola del Signore. 

RIFLESSIONI

Essere una terra buona! Questa parabola del seme colpisce perché è esigente. Ma cerchiamo di non cadere in falsi problemi. Certo, noi dobbiamo chiederci in quale tipo di terra ci poniamo. Ma non è qui che troveremo il dinamismo necessario per divenire terra buona in cui la parola produrrà cento frutti da un solo seme. Piuttosto guardiamo, ammiriamo e contempliamo la volontà di Dio, che vuole seminare i nostri cuori. La semente è abbondante: "Il seminatore uscì a seminare la sua semente". Il Figlio di Dio è uscito, è venuto in mezzo agli uomini per questo, per effondere la vita di Dio e per seminare in abbondanza. Sapersi oggetto della sollecitudine di Dio, che vede la nostra vita come un campo da fecondare. Il nostro Dio è un Dio esigente perché è un Dio generoso.
E la sua generosità arriva ancora più in là. Dio è il solo a poter preparare il campo del nostro cuore perché sia pronto ad accogliere la sua parola. Certo, dobbiamo essere vigili per evitare le trappole del tentatore, per eliminare le pietre e le spine, ma solo la nostra fiducia, il nostro rivolgerci fiduciosi a Dio dal quale deriva ogni bene, ce lo permetterà.
Dio vuole fecondare la nostra vita. Possa egli preparare anche il nostro cuore. Noi siamo poveri di fronte a lui e solo l'invocazione rivolta a lui dal profondo della nostra miseria può far sì che diveniamo "terra buona".
La custodiscono e producono frutto con perseveranza.
Da Gesù, gli Apostoli sono stati mandati nel mondo, non per annunziare la Parola della salvezza, o il Vangelo della verità e della grazia, ma per fare suoi discepoli tutti i popoli, tutte le nazioni, tutte le lingue. All'universalità della Parola donata mai corrisponderà l'universalità della risposta e della fruttificazione della Parola. Tutti infatti ascoltano la Parola, tutti la ricevono, non tutti però possono metterla a frutto. Perché la Parola fruttifichi, occorre che vi sia il buon terreno, il buon cuore che l'accolga e con perseveranza la faccia fruttificare. Molti sono i terreni cattivi.
Si accoglie la Parola, si vive di Parola secondo la Parola, si vive nella Parola per la Parola, si è discepoli del Signore.
Dalla Parola di Gesù una verità deve animare ogni discepolo di Gesù. A Lui è chiesto di seminare con gioia, senza mai venire meno, senza arrendersi, senza stancarsi, la Parola in ogni cuore. La Parola va sempre seminata dalla Parola, cioè da un cuore che vive di Parola e per essa. Il seminatore con la sua vita deve certificare la verità del suo Vangelo. Come il Padre certifica con la storia la verità di ogni suo oracolo e profezia, come Cristo Gesù con le sue opere storiche attesta la verità di ogni Parola da Lui proferita, così anche il discepolo di Gesù deve rendere credibilità al Vangelo da lui annunziato con una testimonianza perfetta. Lui e la Parola non devono essere due cose, ma una cosa sola. Fatto questo, inizia la responsabilità di quanti ricevono la Parola. La loro risposta è obbligante e senza di essa, nessuno potrà divenire regno di Dio. È difficile agire secondo il Vangelo. Secondo il proprio cuore è più facile.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli, Santi, fateci seminatori della Parola.

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Venerdì Della XXIV Settimana del Tempo Ordinario Anno C
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 8,1-3)
Gesù annuncia la buona notizia.
C'erano con lui i Dodici e alcune donne.

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TESTO:-
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 8,1-3)

Gesù se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio.
C'erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni. Parola del Signore.

RIFLESSIONI

"Gesù se ne andava per città e villaggi predicando e annunciando la buona notizia del Regno di Dio. C'erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e infermità".
Com'è bella questa itineranza di Gesù! Non se ne sta dentro le mura protettive di una fissa dimora. Se ne va in cerca di quelli che è venuto a salvare. E, appunto, annuncia loro che la salvezza è il Regno di Dio: Lui stesso e il Vangelo che il Padre gli ha detto di far conoscere come vero progetto di vita e salvezza.
L'evangelista annota che erano con Lui i 12 apostoli e alcune donne. Non precisamente delle santarelline' ma persone al femminile che Gesù aveva reso libere, nuove e fervide. Gli spiriti del male e le infermità (ogni genere di rifiuto e impedimento della vita) era stato vinto da Colui che ha proclamato e dimostrato di essere, per eccellenza, Vita e Risurrezione (cfr. Gv 3,16).
E' un Gesù che, nella Fede, anch'io incontro. Oggi. Sulle strade di questa mia vita, di questa nostra storia.
Devo solo sollecitarLo a farmi attenta e consapevole della Sua Presenza, della sua volontà di guarirmi da desideri non buoni, da pensieri e sentimenti d'invidia, gelosia e da quell'acquiescenza che è distruttiva della vita: quella vera che è, invece, in modi svariati, dono di sé!
Signore Gesù, come le donne che ti seguivano sulle strade della Palestina, anch'io ti seguo, nel desiderio dei essere continuamente toccata e guarita in profondità dalla tua Parola. In tal modo potrò correre, libera e lieta, cercando di vivere il tuo Regno che già qui e ora si esprime negli insegnamenti del tuo Vangelo.
"Maestro nostro, una volta ancora, mettici in cuore e sulle labbra la tua preghiera: venga il tuo Regno, sia fatta sulla terra la tua volontà".

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Giovedì Della XXIV Settimana del Tempo Ordinario Anno C
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 19,25-27)
«Donna, ecco tuo figlio!»
«Ecco tua madre!»

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Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 19,25-27)
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala.
Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell'ora il discepolo l'accolse con sé. Parola del Signore.

RIFLESSIONI

E da quell'ora il discepolo l'accolse con sé.
La missione della Vergine Maria finisce solo quando il Signore verrà per fare i cieli nuovi e la terra nuova. Come Lei ha generato Cristo per opera dello Spirito Santo, come lo ha offerto al mondo, come lo ha accompagnato fin sul monte Calvario per offrirlo al signore, così dovrà operare con ogni altro figlio che il Signore vorrà chiamare per farlo in Cristo sacramento del suo amore e della sua salvezza.
La Madre di Gesù dovrà generare per opera dello Spirito Santo ogni figlio di Dio in Cristo Gesù, lo dovrà seguire nella via della vita perché compia senza fallire il suo ministero di salvezza del mondo, lo dovrà portare fin sul Golgota per essere offerto come Cristo Gesù Signore al Padre, o con martirio cruento o per sacrificio incruento. Senza di Lei né nascita e né morte possono essere portate a compimento.
Come Gesù accolse la Madre che il Padre gli ha donato come discepola, ma anche accompagnatrice spirituale nel suo ministero messianico, così è necessario che ogni altro suo figlio l'accolga, la prenda con sé, la metta nel suo cuore, la custodisca come il dono più alto fattogli da Gesù Signore. Dalla Croce Gesù ha fatto due grandissimi doni: la Madre sua e lo Spirito Santo. La madre mentre era in vita, lo Spirito dopo la morte.
Il discepolo deve accogliere l'uno e l'altro dono, sono tutti e due vitali per lui. Se uno solo di questi doni viene a mancare è segno che neanche vi è l'altro. Quanti sostengono che a loro basti lo Spirito Santo e non hanno bisogno di altro, sono in grande errore. Costoro non hanno lo Spirito Santo. Esso non è nel loro cuore. Non guida la loro mente. Se la guidasse, avrebbero anche Maria sulle labbra e nel cuore.
La verità di Maria nella vita di un discepolo di Gesù fa la verità dello Spirito Santo, la verità dello Spirito Santo fa la verità della Madre di Gesù. La verità di Maria e dello Spirito del Signore fanno la verità della Chiesa. Spirito di Gesù, Madre di Gesù, Chiesa di Gesù devono essere una cosa sola per il discepolo di Gesù. Chi non ha la Chiesa di Gesù, quella fondata su Pietro, non ha lo Spirito di Gesù, non ha la Madre di Gesù.
Molti figli della Chiesa hanno come una specie di sudditanza psicologica, un timore reverenziale dinanzi ad altre confessioni cristiane non cattoliche. Si sente la stessa sudditanza psicologia nel difendere Cristo dinanzi alle altre religioni. Come dinanzi alle altre religioni si sta svendendo Cristo Gesù da parte di molti cattolici, così dinanzi alle confessioni cristiane non cattoliche spesso si svende la Madre di Gesù.
Si può anche svendere Cristo e svendere la Madre sua. Quelle confessioni e quelle religioni cammineranno sempre per le loro vie. Maria è necessaria al discepolo di Gesù quanto Gesù. Porre Maria in secondo ordine è sminuire lo stesso Gesù Signore. Così come svendere Gesù dinanzi alle religioni non cristiane è sminuire lo stesso Dio. È depauperarlo nella sua essenza, verità, divinità, eternità, amore, pietà, misericordia.
Chi svende la Vergine Maria, svende Cristo Signore, svende il Padre dei Cieli e lo Spirito Santo, svende la verità della Chiesa, svende il suo stesso discepolo del Signore. Chi svende Maria è un cristiano senza Madre. Se è senza Madre è anche senza Padre. È anche senza Spirito Santo e senza la verità della Chiesa. È un cristiano senza origini. Maria è all'origine del vero figlio di Dio.
Quando nel mistero della fede si nega una parte essenziale di essa, tutto il mistero crolla, vacilla. Una fortezza non si sfonda da tutti i lati. Basta vincerne uno solo ed è la fine. Chi toglie Maria dal mistero della fede, semplicemente è morto alla fede.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli, Santi, dateci tutto il mistero della fede.

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Mercoledì Della XXIV Settimana del Tempo Ordinario Anno C
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,13-17)
Dio, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo.
Ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

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TESTO:-
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,13-17)
Gesù disse a Nicodèmo:
«Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui». Parola del Signore.

RRIIFLESSIONI
"Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo ma perché il mondo sia salvato per mezzo di Lui" Gv. 3.17
Come vivere questa Parola?
Riprendere il cammino della PAROLA DI DIO con quest'affermazione fortissima del Vangelo di Giovanni è come ossigenarsi l'anima, il cuore e la vita.
Molta gente ha buttato ai rovi la propria identità cristiana perché non ha preso mai contatto vero e profondo con quanto vien detto qui.
In fondo ciò che domina l'uomo ancora oggi è la paura. Che si annidi nella sua parte inconscia o che lo assedi dopo errori commessi, non sempre lo si sa appurare. La paura è distruttiva, proprio perché è come nerofumo di confusione da cui però emerge un guaio serio: la falsa immagine di Dio.
Dopo aver ascoltato tante persone so che molte pensano a un "dio" castigamatti, pronto a scagliare fulmini sul peccatore. Non è così! Dio vuole che tu, che io e ognuno di noi sia salvo. La prova? Ascoltiamo ancora Giovanni: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio Unigenito perché chiunque crede in Lui non vada perduto ma abbia la vita eterna" (Gv. 3.16).
Si, il Padre ci ha dato Gesù, Suo Figlio: non su un letto di rose ma su quell'obbrobrio che era il supplizio della Croce. Gesù così aveva preso su di sé tutto il marciume del peccato, tutto il male del mondo.
E fu questo il modo concreto per dire a ognuno: ti voglio così bene che muoio per te. Ti voglio salvo, ti libero dalla paura.

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Martedì Della XXIV Settimana del Tempo Ordinario Anno C

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 7,11-17)

Ragazzo, dico a te, àlzati!
Ed egli lo restituì a sua madre.

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TESTO:-
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 7,11-17)

In quel tempo, Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla.
Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei.
Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre.
Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante. Parola del Signore.

RIFLESSIONI

Toccàti nelle nostre bare
La vedova di Nain.
Simbolo di ciascuno di noi nel perdere le realtà più care nella propria vita.
Emblema della mancanza e della privazione delle realtà viventi e modello delle realtà ridateci da Gesù come risorte.
Gesù tocca le nostre bare, dentro le quali conserviamo le realtà più intime e nascoste, ma nelle quali c'è solo la morte.
La morte che provoca il pianto della madre del fanciullo è la morte anche delle nostre realtà che si perdono, che muoiono e finiscono nelle bare dei ricordi, delle abitudini, delle indifferenze, della fede non praticata, dei nostri egoismi finiti in nulla.
Gesù tocca le nostre bare, suscita quella vita che pareva definitivamente persa, fa riprendere vita alle nostre realtà di morte, che ci erano tanto care al punto di morire.
La vedova di Nain accompagna al sepolcro il figlioletto.
Anche per noi l'accompagnare all'esito sepolcrale le nostre realtà di vita è occasione di pianto e di solo dolore.
Ma il tocco di Gesù riporta la vita dello Spirito che può rianimare, far risorgere, far riprendere il cammino anche a chi era dichiarato finito.

PER NOI LA GRAZIA DI ESSERE TOCCATI NELLE NOSTRE BARE.

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Lunedì Della XXIV Settimana del Tempo Ordinario Anno C
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 7,1-10)
Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto.
Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!

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TESTO:-
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 7,1-10)

Gesù, quando ebbe terminato di rivolgere tutte le sue parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafàrnao.
Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l'aveva molto caro. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. Costoro, giunti da Gesù, lo supplicavano con insistenza: «Egli merita che tu gli conceda quello che chiede - dicevano -, perché ama il nostro popolo ed è stato lui a costruirci la sinagoga».
Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa, quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di' una parola e il mio servo sarà guarito. Anch'io infatti sono nella condizione di subalterno e ho dei soldati sotto di me e dico a uno: "Va'!", ed egli va; e a un altro: "Vieni!", ed egli viene; e al mio servo: "Fa' questo!", ed egli lo fa».
All'udire questo, Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!». E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito. Parola del Signore.

RIFLESSIONI

Io non son degno che tu entri sotto il mio tetto
Pensiamo spesso di essere super uomini, parliamo con Dio permettendoci di brontolarlo perché ha lasciato che accadesse una guerra, un terremoto, un omicidio. Lo insultiamo quando non ci concede immediatamente tutto quello che chiediamo. Non ci rendiamo conto che piccoli esseri imperfetti e pieni di peccati siamo. Dovremmo ringraziare Dio per ogni cosa che ci dona e capire che con i nostri limiti non saremmo nemmeno degni di alzare gli occhi al cielo. "Non saremmo" se non fosse che il Signore misura con parametri ben diversi dai nostri. Per noi una persona degna di stare alla presenza di Dio è chi non fa peccati, chi compie il proprio dovere con rettitudine, chi prega tutti i giorni e va sempre in chiesa, anche se poi se ne vanta e fa pesare la sua grande rettitudine morale. Ma Gesù ci ripete spesso nel Vangelo che ama coloro che sono umili, che capiscono i propri difetti e chiedono perdono, chi ha il coraggio di chinarsi davanti a Lui e dire "sia fatta la Tua volontà" credendo fermamente che basti una Parola di Dio, un Suo cenno, per cambiare ogni situazione, per ottenere ciò che chiediamo, specie quando preghiamo per gli altri, per coloro che soffrono.

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XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO C
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 15-32)
Costui accoglie i peccatori e mangia con loro.
Vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte.

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TESTO:-
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 15-32)

Si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l'ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: "Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta". Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: "Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto". Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».
Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: "Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta". Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: "Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati". Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: "Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio". Ma il padre disse ai servi: "Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato". E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: "Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo". Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: "Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso". Gli rispose il padre: "Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato"». Parola del Signore.

RIFLESSIONI

"Si avvicinarono a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro. Allora egli disse loro questa parabola..." (Lc 15,1-2).
A un uditorio di mormoratori Gesù racconta le tre parabole dei perduti ritrovati. Quale nuova idea di Dio ci rivelano? Tra tutte le parabole sono indubbiamente le più sconvolgenti perché ci insegnano anzitutto che Dio si interessa di ciò che è perduto e che prova grande gioia per il ritrovamento di ciò che è perduto. Inoltre, Dio affronta le critiche per stare dalla parte del perduto: il padre affronta l'ira del figlio maggiore con amore, con pace, senza scusarsi. Gesù affronta le critiche fino a farsi calunniare, critiche che si riproducono continuamente e quasi infallibilmente. Perché tutte le volte che la Chiesa si ripropone l'immagine di Dio che cerca i perduti, nasce il disagio. E ancora, Dio si interessa anche di un solo perduto. Le parabole della pecorella perduta e della donna che fatica tanto per una sola dramma perduta, hanno del paradossale per indicare il mistero di Dio che si interessa anche di uno solo perduto, insignificante, privo di valore, da cui non c'è niente di buono da ricavare. Ciò non significa evidentemente che dobbiamo trascurare i tanti, però è un'immagine iperbolica dell'incomprensibile amore del Signore. Per questo l'etica cristiana arriva a vertici molto esigenti, che non sempre comprendiamo perché non riusciamo a farci un'idea precisa della dignità assoluta dell'uomo in ogni fase e condizione della sua vita.

Un Padre di una tenerezza inimmaginabile
Il Vangelo di questa domenica lo accogliamo come un testo fondamentale in questo svolgersi dell'Anno Santo della misericordia. E' la parabola del padre buono che lascia la libertà al figlio anche di sbagliare, di andarsene sbattendo la porta, offendendo, sciupando tutte le sue sostanze, rovinando la propria vita. Il padre attende, spera ogni giorno il suo ritorno, lo ama nel suo cuore misericordioso. E quando lo vede ancora da lontano, gli corre incontro, gli butta le braccia al collo, vuole una grande festa. Sono intensi i verbi con cui si descrive il comportamento del padre: "Ancora lontano lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo, lo baciò, disse ai servi: preparate una grande festa". "Perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato". Dio è così, è Padre, è amore, è misericordia e tenerezza infinita.
Ciascuno di noi è quel figlio, invitato a tornare al Padre, a lasciarsi abbracciare dal suo calore, dalla sua tenerezza, a lasciarsi commuovere da quel suo cuore che non può amare più di così. Forse è bene non fermarsi a questi due figli, in fondo piccoli e meschini tutti e due, che rappresentano molto bene anche noi. È importante guardare il padre.
Scrive Paolo Curtaz: "Io vedo un Padre che lascia andare il figlio anche se sa che si fà male, correndo un immenso rischio educativo (chi l'avrebbe lasciato andare?) Vedo un Padre che scruta l'orizzonte ogni giorno, senza rancore, senza rabbia, con una pena infinita. Vedo un Padre che corre incontro al figlio minore, che lo abbraccia. Che non gli rinfaccia né chiede ragione dei soldi sprecati, che non lo accusa, che smorza le sue scuse, che gli restituisce dignità, che festa. Vedo un Padre che esce a pregare lo stizzito fratello maggiore che tenta di giustificarsi, di spiegare le sue buone ragioni. Un Padre che cerca di guardare all'essenziale e insegna a guardare oltre le apparenze, a non giudicare superficialmente, a usare la misericordia più della giustizia.
Vedo questo Padre che accetta la libertà dei figli, che pazienta, che indica, che stimola. Lo vedo e impallidisco. Dio è così? fino a tal punto? così tanto? Sì, è così!"
Possiamo allora chiederci: Come vivo questo fede in Dio? Quant'è grande la mia fiducia, il mio affidamento a Lui? So accogliere il suo amore, la sua tenerezza, il suo perdono, la sua misericordia? In questo rapporto vero, profondo, continuo, toccante con il Signore so trasformare la mia vita in amore verso di Lui e verso i tanti fratelli che lui mi fa incontrare e tutti quelli che Lui mi dona come "fratelli" nel mondo?
So essere un testimone e un evangelizzatore dell'amore, del perdono, della tenerezza di Dio, che Padre appassionato di tutti?

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