IO SONO LA LUCE DEL MONDO IL VANGELO DEL GIORNO XXX DOMENICA E SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO B                    IL VANGELO NEL 21° SECOLO
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O Dio, luce ai ciechi e gioia ai tribolati, ascolta il grido della nostra preghiera: fa' che tutti gli uomini conoscano la tenerezza del tuo amore di Padre

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Marco. (Mc 10,46-52)
In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va', la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada. Parola del Signore.

RIFLESSIONI

L'evangelista Marco che ascoltiamo quest'anno ci presenta le azioni e le parole di Gesù durante il suo viaggio a Gerusalemme. Viaggio sicuramente topografico, ma anche e soprattutto simbolico. Questa strada che Gesù percorre con entusiasmo - "Gesù li precedeva" - e dove i discepoli lo seguono con diffidenza o inquietudine - "essi erano spaventati, e coloro che seguivano erano anche timorosi" (Mc 10,32) - qui arriva al termine. Ecco il contesto della lettura sulla quale meditiamo oggi.
Al termine del cammino, oggi incontriamo un cieco. Un cieco, che, in più, è un mendicante. In lui c'è oscurità, tenebre, e assenza. E attorno a lui c'è soltanto il rigetto: "Molti lo sgridavano per farlo tacere". Gesù chiama il cieco, ascolta la sua preghiera, e la esaudisce. Anche oggi, qui, tra coloro che il Signore ha riunito, "ci sono il cieco e lo zoppo" (prima lettura) - quello che noi siamo -; ed è per questo che le azioni di Gesù, che ci vengono raccontate, devono renderci più pieni di speranza.
È nel momento in cui termina il viaggio di Gesù a Gerusalemme (e dove termina il ciclo liturgico), che un mendicante cieco celebra Gesù e lo riconosce come "Figlio di Davide", o Messia; e questo mendicante riacquista la vista e "segue Gesù per la strada". È un simbolo, un invito. Chiediamo al Signore che ci accordi la luce della fede e ci dia vigore, affinché lo seguiamo come il cieco di Gerico, fino a che non avremo raggiunto la Gerusalemme definitiva.

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Luca. (Lc 13,10-17)
In quel tempo, Gesù stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. C'era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta.
Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio.
Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, prese la parola e disse alla folla: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato».
Il Signore gli replicò: «Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l'asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?».
Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute. Parola del Signore.

RIFLESSIONI

«C'era là una donna che aveva da diciotto anni uno spirito che la teneva inferma; era curva e non poteva drizzarsi in nessun modo. Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei libera dalla tua infermità», e le impose le mani. Subito quella si raddrizzò e glorificava Dio.» Lc 13.11-13
Gesù non dice: sei guarita, ma sei libera. È più forte e più espressivo di quello che il Signore vuol dirmi con questa pagina di vangelo. Si trattava infatti di liberare questa donna da un'infermità che da diciotto anni l'affliggeva. E il capo della sinagoga, aggrappato a una concezione legalistica della fede, è addirittura sdegnato perché ciò avviene in giorno di sabato. Gesù però è lì a far risplendere il senso vero del sabato che è dare gloria a Dio ma anzitutto dilatando il cuore agli imperativi della carità. Le prescrizioni della Legge (quella che riguardava il sabato e altre, oggi) hanno la loro importanza, ma le persone sono più importanti di esse. Certo, questo non significa che per ogni stravaganza possiamo sentirci autorizzati a disattendere le norme. Esse vanno osservate, purché sia osservato il primato della carità che è cammino di liberazione delle persone, mai soffocamento, né di negligenza, circa le loro vitali esigenze.
Signore Gesù manda su di noi il tu Santo Spirito per discernere, lungo i miei giorni, quanto ho bisogno di lasciarmi LIBERARE da tutto l'egoismo che mi paralizza per farmi, come dice S. Paolo quest'oggi, imitatore di Dio e camminare nella carità. Che io diventi in te, una persona libera, Signore, e perciò capace per mezzo tuo di proclamare ai prigionieri la liberazione.
La libertà significa responsabilità: ecco perché molti la temono.

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Luca. (Lc 13,18-21)
In quel tempo, diceva Gesù: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami».
E disse ancora: «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata». Parola del Signore.

RIFLESSIONI

Il Regno di Dio dovrebbe crescere soprattutto nei credenti, e dalle loro opere si riconosce o meno la presenza di Dio. La crescita del Regno di Dio è spirituale, e dove cresce ciò che appare all'esterno sono le buone opere, la pratica delle virtù, la bontà, la verità e l'onestà.
Questo è il Regno di Dio nell'anima: la presenza della sua Grazia e la corrispondenza del credente alla volontà di Dio.
Come vediamo nel mondo il Regno di Dio non cresce, sono milioni i personaggi che cercano intenzionalmente di bloccarlo nelle anime, distraendole con mille diverse maniere. L'assenza del Regno di Dio nelle anime si vede dalla corruzione dilagante, dalla disonestà che diventa una pratica che si osserva spontaneamente, dal vuoto interiore che rende paranoiche miliardi di persone.
Chi dovrebbe controllare spesso è il capo anche delle truffe, qui sta il paradosso difficilmente recuperabile. Con il passare dei mesi, dei giorni, aumentano le truffe in tutti i settori della vita sociale, da questo si comprende che Dio viene ignorato sistematicamente dalla stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Senza Dio si vive nelle tenebre e ogni trasgressione morale diventa una buona occasione per divertirsi e fare come gli altri...
L'imitazione della depravazione ha rovinato tutti quelli che non hanno mai scoperto la loro personalità.
Sono miliardi le persone che vivono come canne al vento, seguono la direzione delle mode più assurde e umilianti, ma si sentono bene perché si aggregano al gruppo, fanno parte di una ideologia anche se non conoscono gli altri, non li hanno mai incontrati.
Queste persone sono agitate dalle tendenze istintive e non riescono a controllarle, infatti rimane impossibile ad esse dominare le spinte emotive. Nessuno nasce perfetto e ognuno può crescere migliorandosi giorno dopo giorno. Deve crescere il Regno di Dio in noi, questo è il primo impegno che si deve sostenere per diventare un cristiano autentico.
Sono molti quelli che truffano sapendo che è un reato, ma la coscienza non è pura, non rifiuta mai quel comportamento corrotto e lo giustifica. Ma dove non è presente la corruzione? Le persone oneste sono sempre meno dei disonesti, sono oneste perché hanno dei valori che rispettano e trasmettono ai loro figli.
"Dai loro frutti li riconoscerete" (Mt 7,16). È l'indicazione che ci offre Gesù per conoscere l'interno di una persona. Non bisogna giudicare, è una costatazione veritiera sulla condotta di una persona, e se è dedita alla truffa non si può dire che è santa. I frutti che mostrano tutti sono buoni o cattivi.
Già la mattina dobbiamo chiederci quali frutti vogliamo far crescere nella giornata per far sviluppare il Regno di Dio in noi.
Nel corso della giornata riflettiamo su come ci siamo comportati e la sera non manchi mai un esame per valutare cosa abbiamo fatto.
Come ci siamo comportati nella giornata? Abbiamo amato e perdonato? Siamo stati sinceri e corretti? Abbiamo controllato la retta intenzione e i pensieri? Siamo stati premurosi e fervorosi nelle preghiere e nel colloquio spirituale con Gesù e Maria?

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Luca. (Lc 13,22-30)

In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, Io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: "Signore, aprici!". Ma egli vi risponderà: "Non so di dove siete". Allora comincerete a dire: "Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze". Ma egli vi dichiarerà: "Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di iniquità!". Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel Regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel Regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi». Parola del Signore.

RIFLESSIONI

«Verranno da Oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno i primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi». Lc 13, 28-30
Mentre intraprende il suo viaggio verso Gerusalemme, Gesù viene interpellato sull'esito finale dell'esistenza: "Chi si potrà salvare?" Il Maestro risponde con una parola di grande speranza: «Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno, e sederanno alla tavola del regno di Dio». È la grande tavola aperta alle donne e agli uomini di tutta la terra. Gesù ha inaugurato e concretizzato più volte questa realtà nel sedersi a mensa insieme a pubblicani e peccatori. "Con la sua pratica di umanità egli ha narrato che cos'è una vita salvata, una vita umanamente piena, capace di amare la terra e di servire Dio nella libertà e per amore. È al termine di questa vita che Gesù ha fatto risuonare per tutti la sua promessa: «Io preparo per voi un regno, perché mangiate e beviate alla mia tavola» Questa è la meta che ci attende". Poi Gesù ha aggiunto altro, che risuona davvero come una rivoluzione cambiando la misura dei nostri giudizi: «Ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi»; quest'ultima affermazione del Maestro ci mette in guardia, è un importante monito a valutare l'oggi della nostra esistenza non secondo criteri mondani o superficiali, ma con i suoi stessi occhi. Non dimentichiamo ciò che scriveva s. Agostino: «Nell'ultimo giorno molti che si ritenevano dentro si scopriranno fuori, mentre molti che pensavano di essere fuori saranno trovati dentro».

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Matteo. (Mt 5,1-12)
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi». Parola del Signore.

RIFLESSIONI

Oggi il Vangelo ci presenta le sublimi Beatitudini e conoscerle è un dovere per tutti i cristiani. Sono la nostra carta d'identità.
Il mondo chiama beati quelli che abbondano di ricchezze e di onori, che vivono allegramente, e che non hanno alcuna occasione di patire. I poveri di spirito, secondo il Vangelo, sono quelli che hanno il cuore distaccato dalle ricchezze; ne fanno buon uso, se le posseggono; non le cercano con sollecitudine, se ne sono privi; ne soffrono con rassegnazione la perdita, se loro vengono tolte.
I mansueti sono quelli che trattano il prossimo con dolcezza, e ne soffrono con pazienza i difetti e i torti che da essi ricevono, senza risentimenti o vendette.
Quelli che piangono, eppure sono detti beati, sono coloro che soffrono rassegnati le tribolazioni, e che si affliggono per i peccati commessi, per i mali e per gli scandali che si vedono nel mondo, per la lontananza dal Paradiso e per il pericolo di perderlo.
Quelli che hanno fame e sete della giustizia sono coloro che desiderano ardentemente di crescere sempre più nella Divina Grazia e nell'esercizio delle opere buone e virtuose.
I misericordiosi, sono quelli che amano in Dio e per amor di Dio il loro prossimo, ne compassionano le miserie sia spirituali che corporali, e procurano di sollevare secondo le loro forze e il loro stato.
I puri di cuore sono quelli che non hanno alcun affetto al peccato e ne stanno lontani, e schivano soprattutto ogni sorta d'impurità.
I pacifici sono quelli che conservano la pace col prossimo e con se stessi, e procurano di mettere la pace tra quelli che sono in discordia.
Quelli che soffrono persecuzione per amore della giustizia sono coloro che sopportano con pazienza le derisioni, i rimproveri e le persecuzioni per causa della Fede e della legge di Gesù Cristo.
Le Beatitudini non ci procurano solo l'eterna gloria del Paradiso, ma sono anche i mezzi per condurre una vita felice, per quanto è possibile, in questo mondo.
Coloro che seguono le Beatitudini, ne ricevono già ricompense anche in questa vita, perché già godono un'interna pace e contentezza, che è principio, benché imperfetto, della eterna felicità.
"Le Beatitudini dipingono il volto di Gesù Cristo e ne descrivono la carità; esse esprimono la vocazione dei fedeli associati alla gloria della sua Passione e della sua Risurrezione; illuminano le azioni e le disposizioni caratteristiche della vita cristiana; sono le promesse paradossali che, nelle tribolazioni, sorreggono la speranza; annunziano le benedizioni e le ricompense già oscuramente anticipate ai discepoli; sono inaugurate nella vita della Vergine Maria e di tutti i Santi".
Questa che abbiamo letto è una bella spiegazione delle Beatitudini data dal Catechismo al numero 1717.

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Giovanni. (Gv 6,37-40)
In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell'ultimo giorno.
Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno». Parola del Signore.

(Messa II) 

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Matteo. (Mt 25,31-46)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: "Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi".
Allora i giusti gli risponderanno: "Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?". E il re risponderà loro: "In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me".
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: "Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato".
Anch'essi allora risponderanno: "Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?". Allora egli risponderà loro: "In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me".
E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna». Parola del Signore.

(Messa III)  

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Matteo. (Mt 5,1-12)

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». Parola del Signore.

RIFLESSIONI

Dopo la morte, tutto l'Amore.
In stretta relazione con l'argomento di cui alla Solennità di ieri (Tutti i Santi), siamo incitati adesso a riflettere ulteriormente sul fatto che gli onori degli altari non sono riservati ai soli personaggi che siamo abituati a vedere raffigurati o riprodotti nelle icone. Santi infatti possiamo esserlo tutti, perseguire la perfezione secondo il modello di Cristo è anzi vocazione universale e in questo obiettivo ci aiuta l'intervento di Dio con la sua grazia. Anche nella lotta contro le tentazioni, le debolezze e le imperfezioni, anche in occasione delle cadute nel peccato Dio ci sorregge e nella Chiesa ci offre i mezzi per conseguire la perfezione: la preghiera, la mortificazione dei sensi, la carità. Il tutto reso più certo e fruttuoso dalla certezza delle misericordia stessa del Signore.
Nella misura in cui ci si industria in questa vita di corrispondere alla vocazione alla santità si ottiene il premio e ci attende una dimensione ultraterrena di gloria definitiva nella quale contempleremo tutti il volto di Dio, radiosi e trionfanti condivideremo la gloria piena e la felicità eterna con il Signore Risorto e fra di noi. Al termine di questo percorso di lotta e di perseveranza nel bene, di fatiche e di oppressioni, di rinnovata fiducia in Colui che, solo, può donarci il giusto premio e la giusta decorazione, ci attende la gioia senza fine, l'esultanza riservata ai giusti, la pace definitiva che si chiama Paradiso. Attenzione: le raffigurazioni pittoriche e le grandi opere letterarie e artistiche ci hanno abituati ad averne un'idea spazio temporale in ordine di Cielo, di luoghi stratosferici in cui si passeggia pacifici fra le nubi accompagnati da figure angeliche e da essere areolati, ma in realtà i parametri terreni e le rappresentazioni non sono paragonabili all'eternità. In parole povere, il paradiso non è un luogo, ma una situazione indescrivibile di perenne gloria ed esultanza nella continua contemplazione del volto di Dio che sarà (come anche adesso dovrebbe essere) la nostra unica vera gioia, il nostro anelito raggiunto, la meta finalmente conseguita. Il paradiso, verso il quale siamo tutti diretti è la ragione della nostra speranza, il nostro orientamento mentre persistiamo negli eventi di questo mondo. Non che la vita umana presente non abbia valore o che non vi sia ragione di vivere su questa terra; non che dobbiamo considerare il nostro corpo e la nostra dimora terrena alla stregua di una prigione da cui liberarci in vista dell'eternità: la materia e la corporalità hanno la loro importanza anche a proposito dalla vita spirituale, come pure la vita umana adopera nel corpo il cavallo di battaglia dello spirito ed è possibile trovare conciliabilità fra le due realtà concomitanti. Tuttavia, come osserva Paolo, la nostra patria è nei cieli (Fil 3, 20) e mentre affrontiamo la vicenda terrena la certezza stessa del paradiso ultraterreno ci sospinge e ci motiva costantemente nella speranza e nella certezza che saremo esauditi in ciò che fondamentalmente desideriamo.
In Dio non soltanto abbiamo la certezza dell'aspettativa del paradiso, ma siamo rassicurati di essere tutti orientati verso questa realtà di gloria: siamo destinati tutti alla vita di gioia senza fine purché in questa vita ci sforziamo nell'esercizio della virtù e nel conseguimento della santità, esercitando la fede, la cui meta è appunto la salvezza delle anime (1Pt 1, 9) e la carità che è la nostra stessa fede in atto, nella continua conformità a Cristo nostro modello di perfezione.E' vero d'altra parte che accanto al paradiso esiste necessariamente una realtà triste nella quale per loro scelta precipitano coloro che rifiutano categoricamente la grazia e la salvezza di Dio: quella della retribuzione dell'empio, l'inferno destinato a quanti avranno scelto l'empietà e la lontananza da Dio. Si tratta di una dimensione purtroppo esistente, della quale anticamente forse si parlava con eccessiva enfasi ed esagerazione suscitando soggezione nel popolo credente, ma che adesso al contrario poche volte viene menzionata. L'esistenza dell'inferno, che non è un luogo fisico ma una dimensione di eterna dannazione, ha una realtà pari a quella del paradiso perché come esiste la salvezza, così deve necessariamente esistere la dannazione ultraterrena, la condanna definitiva. Essa ci ragguaglia della realtà di fatto che non sono pochi coloro che preferiscono vivere nel peccato, nella perversione, nel procurato allontanamento da Dio. Sono tanti coloro che si illudono di vivere già il loro presente autodistruggendosi e procacciando da se stessi la morte di cui il peccato è apportatore. Tanti sono coloro che ostentano già in questo mondo terreno la cultura dell'orrore, rendendosi latori di odio, di violenza, vizio, felicità effimere; tanti altri si danno alla smodatezza dei piaceri e del possesso, del guadagno illecito ai danni dei più deboli. Tanti altri promuovono il piacere effimero come bene indispensabile, l'immoralità come valore, l'irreligiosità e l'avversione al sacro come prospettiva di realizzazione. Cos'è tutto questo se non l'evidenza dell'inferno, latente già nella vita ordinaria attuale?
Chi inesorabilmente si ostina a marciare contro la misericordia di Dio, illudendo se stesso e altri di false felicità che altro non sono che la rovina e la morte inconsapevole, vive l'inferno già nella vita presente; se ne troverà definitivamente immerso nella dimensione futura, quando la procurata lontananza da Dio diventerà motivo di eterna sofferenza irrevocabile. La dannazione eterna sarà la conferma definitiva della dannazione presente che ci si sarà voluti procurare.
La rivelazione di Dio, che è tutta a favore dell'uomo, ci illustra che non è volontà del Padre misericordioso che alcun uomo si autodistrugga in questa vita per trovare la sua condanna in quella ultraterrena, ma piuttosto che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità (1Tm 2, 4).
Del resto la morte di Cristo sulla croce, che paga il riscatto delle nostre colpe, ci ha messi in grado di guadagnare la vita e ci risolleva il fatto che uno solo è morto per risollevare tutti dalla caduta peccaminosa. Dio è misericordia e ha la meglio anche sull'inferno.
Che la misericordia di Dio poi non abbia limiti e che voglia ottenerci il conseguimento della gloria futura ci è reso certo da un'altra possibilità di salvarci anche al di la' della nostra vita terrena.
La tradizione della Chiesa ci ragguaglia infatti di una dimensione nella quale sarà possibile purificarci dai residui di colpa che ci avranno caratterizzato in questa vita: anche lontani dal nostro corpo mortale, avremo possibilità di liberarci definitivamente da tutte quelle scorie che ci ostacolano l'ascesa verso la gloria, e questo costituisce un'ulteriore certezza che la volontà di Dio nei nostri confronti è davvero orientata verso il bene, visto che la pazienza divina attende anche oltre la nostra vita. Il purgatorio deve necessariamente esistere anch'esso visto che le imperfezioni umane sono davvero incompatibili con l'amore di Dio nei nostri confronti e che non sono sufficienti i nostri rimedi terreni per salvarci. La misericordia del Padre, la sua premura di salvarci ad ogni costo e la sua onnipotenza ineffabile fanno sì che le anime di coloro che lasciano questo mondo non ancora perfettamente purificate (in grazia di Dio ma con pene temporali da estinguere) abbiano ulteriore possibilità di mondarsi per poter accedere finalmente alla gloria definitiva. Il purgatorio non è un luogo intermedio, di sospensione fra inferno e paradiso, ma piuttosto una possibilità di proseguire il percorso di purificazione già cominciato nella vita terrena, una possibilità ulteriore di meritare la gloria che ci è data dall'intervento della grazia di Dio, non senza il concorso dei nostri meriti. In definitiva è la certezza che il paradiso comunque si raggiungerà.
Cosa sperare per le anime dei nostri cari defunti, che oggi veneriamo nelle lapidi dei cimiteri. Certamente l'amore di Dio più volte da noi esaltato ci porta ad escludere che per essi si sia aperta la voragine dell'inferno eterno. Siamo convinti che eventuali peccati e imperfezioni siano stati superati dall'efficacia della misericordia divina alla quale (come ci siamo ripetuti più volte) non è impossibile amare e salvare fino in fondo. Possiamo certamente sperare che i nostri cari abbiano raggiunto già adesso la gioia paradisiaca e questo non sarebbe inverosimile. Ma considerando che il purgatorio è comunque una privilegiata occasione di salvezza, non è fuori luogo che preghiamo per loro, offriamo suffragi, sacrifici e buone azioni per sostenerli qualora si stiano ancora purificando per l'incontro definitivo con il Risorto. Associata alla visita al cimitero, la preghiera per i nostri cari ci procura di entrare in comunione con loro, di sentirceli vicini, di ravvivare il ricordo delle belle esperienze che con essi abbiamo vissuto mentre camminavamo con loro, di ringraziarli per la loro vicinanza comunque certa anche se misteriosa. E intanto ci offre l'occasione di aiutarli affinché speditamente estinguano residui eventuali di colpa per raggiungere l'immensità della vita piena in paradiso. L'appoggio più consono che possiamo dare loro consiste nell'orazione, nel supporto indubbio dell'Eucarestia in ogni Santa Messa che facciamo applicare in loro suffragio, perché Cristo stesso nel Sacramento agisca a loro vantaggio. Coefficiente di supporto per essi sono anche le opere concrete di carità verso terzi e qualsiasi atto di amore e di rinuncia a vantaggio dei poveri.
Tale è la finalità della celebrazione odierna che è dedicata a tutti coloro che ci hanno preceduto nella dimensione ultraterrena: vivere la presenza dei nostri defunti nello spirito della preghiera animati dalla speranza della vita eterna.
Oltre che dei nostri cari, la Chiesa si ricorda particolarmente di tutti quei defunti che abbiamo dimenticato o che solitamente trascuriamo nelle nostre orazioni abituali, ma che certamente Dio non ha abbandonato. Non saranno mai soli finché la Chiesa celebrerà questa Giornata di commemorazione per tutti. In particolar modo per essi ci premuriamo di vivere intensamente la nostra fede coltivando la speranza nella vita che si protrae al di là del nostro corpo mortale.

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Luca. (Lc 14,1.7-11)
Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: "Cedigli il posto!". Allora dovrai con vergogna occupare l'ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va' a metterti all'ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: "Amico, vieni più avanti!". Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato». Parola del Signore.

Il RIFLESSIONE

"È giunto secondo": ecco quanto si dice con ironia e commiserazione di chi non ce l'ha fatta. Lo sport e il gioco sanciscono premi ai migliori. Chi, invece, corre al di fuori della gara, per quanto inattesa sia la sua prestazione, non ottiene onori. E noi ci dirigiamo con ogni sforzo verso la meta, sotto le luci del palcoscenico del potere politico, economico e culturale. Ci facciamo largo per essere i primi tanto nella nostra vita professionale quanto nella vita privata. E dimentichiamo facilmente o, peggio, respingiamo coloro a cui abbiamo fatto sgambetti lungo il cammino verso la nostra meta. Non è questa la prassi comune in una società in cui ci si fa largo con i gomiti? È la società stessa che, praticamente, ci spinge a farlo.
Non è strano, allora, che anche nella Chiesa ci sia la lotta per occupare un posto di responsabilità. È una lotta combattuta da individui, assemblee, istituzioni, consigli, comitati di redazione, facoltà. Del resto, nella comunità della Chiesa avviene anche che una parte combatta l'altra: le donne tentano di opporsi alla predominanza degli uomini. Nessuno vuole l'ultimo posto.
Il Vangelo di oggi si oppone a tale spirito del nostro tempo e della nostra esperienza personale: chi mi ha mai chiesto di salire di grado? Quando mai mi sono guadagnato con le mie forze influenza e competenza? Meglio ancora, la parola di Gesù corregge la natura umana dalla menzogna di ogni tempo: quando mai colui che è il re del creato - e la cui crescita segue il normale corso - s'è volontariamente umiliato?
Eppure il nostro Signore l'ha fatto: "Facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce (Fil 2,8). E san Paolo ci presenta il cammino di Cristo come un esempio da seguire: "Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù" (Fil 2,5).
Ancora una volta, il Vangelo e il senso comune sono in contraddizione fra loro. Ma la parola e i gesti di Gesù sono perfettamente chiari. Egli mostra come sarà salvata l'umanità. Non ci si può sbagliare. Non possiamo minimizzare la difficoltà di seguirlo. E se qualcuno si rifugerà nella confortevole illusione di se stesso, nel giorno delle "nozze", il padrone di casa lo porterà alla dolorosa conoscenza di sé. Gli negherà quel posto d'onore per cui tanto si sarà dato da fare al banchetto della vita eterna.
Nel primo capitolo del Vangelo di Luca, Maria canta il "Magnificat". Una donna loda Dio perché ha rovesciato l'ordine abituale di questo mondo: "Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili" (Lc 1,52). Dio non vuole tenere l'uomo lontano dall'altezza e dagli onori. Soltanto, la creatura non deve cercare di guadagnarseli con le sue forze, rischiando di infrangere l'ordine stabilito dal creatore e salvatore. Deve, invece, riceverli, affinché tale dono sia occasione di lode e di ringraziamento al Signore.