IO SONO LA LUCE DEL MONDO IL VANGELO DEL GIORNO XXXI DOMENICA E SETTIMANA TEMPO ORDINARIO ANNO C                 IL VANGELO NEL 21° SECOLO
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TESTO:-
Dal Vangelo secondo Luca. (Lc 19,1-10)
In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand'ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là.
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!».
Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto».
Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch'egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto». Parola del Signore.

RIFLESSIONI 
L'inspiegabile pazienza di Dio
Dio prova gioia per tutte le cose che ha creato. Sono buone. Nascono dal suo cuore. Rispecchiano la sua bellezza. Sono una strada semplice per risalire dalle meraviglie uscite dalle sue mani fino a Lui, l'artista ineguagliabile e unico, il Dio della bellezza.
L'uomo ha ricevuto in dono una creazione così stupenda, ricca, solidale. Lui stesso capolavoro della creazione fatto a immagine e somiglianza di Dio, destinato all'amore verso il suo Padre e Creatore. Nonostante la bontà che Dio ha manifestato nell'uomo, la sua creatura è propensa a sbagliare, a peccare, ad allontanarsi da Dio, a sentirsi autosufficiente.
Dio ha fallito la sua opera?
Il peccato dell'uomo non scoraggia la compassione di Dio, la sua misericordia, la sua paternità. La tenerezza inguaribile del suo cuore porta Dio a chiudere gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento.
Dio ama la vita, la vita dell'uomo gli è particolarmente cara. Dalla dolcezza del Suo Cuore scaturisce la sua pazienza, che aspetta instancabile il pentimento dell'uomo. Dio non si perde d'animo. Non si ritira nella sua irritazione. Corregge piuttosto, a poco a poco, quelli che sbagliano. E' uno stile di misericordia che ognuno di noi deve imparare. Noi pretendiamo da chi sbaglia, una conversione istantanea. Lo flagelliamo con il nostro giudizio. Lo escludiamo dalle nostre congreghe. Dio lo corregge, a poco a poco, perché, andando oltre la malizia del peccato, creda in lui e nel suo amore. Anche con ciascuno di noi Dio si comporta in questo modo. Ha con noi più pazienza di quanta ne abbiamo noi con noi stessi.
Accoglie i nostri cambiamenti graduali. Sa attendere. Noi pretendiamo di essere subito perfetti e inevitabilmente ci rintaniamo dentro i nostri fallimenti e le nostre amare disperazioni.
Dio ci vuole manifestare un amore fatto di attesa e di comprensione. Anche se noi non ci lasciamo amare.
Dio vuole camminare al nostro passo, anche se lento e stanco. Noi pretendiamo di arrivare prima di lui all'amore verso di lui.
Siamo creature strane che non sentono il bisogno umile di lasciarsi accogliere da Dio, alla maniera di Dio.
Zaccheo ha capito questo segreto di un Dio lento all'ira e ricco di misericordia. Ha sentito dire che Gesù accoglie i peccatori e i pubblicani. Questa notizia prende talmente il suo cuore che non vede l'ora di incontrare il Signore.
Chi è questo Gesù di Nazareth che perdona i peccati e restituisce ad una vita nuova?
Non ha paura di manifestare il desiderio intenso e controcorrente di vedere Gesù, diventando bambino che si arrampica sull'albero pur di incontrarne lo sguardo.
L'arrampicarsi sull'albero è un gesto semplice e infantile. Esprime il bisogno di conversione che inizia a farsi strada. Gli appare come l'occasione della vita per fissare il suo sguardo in quello di Gesù. E' sconvolto dall'amore. Gesù, col cuore e con gli occhi, vede, nello sguardo di questo piccolo truffaldino che ha fatto soffrire tanta gente, una novità. Lo chiama: Scendi Zaccheo. Oggi vengo a casa tua. Zaccheo, col cuore in subbuglio, scende subito dall'albero e prepara la strada della sua casa e la casa del suo cuore alla venuta di Gesù che ormai lo ha scelto. Zaccheo, oggi nella tua casa, nella tua vita è entrata la dolce inondazione dell'amore di Dio. A che cosa servono le parole cattive dei così detti giusti e buoni che, con malanimo, giudicano il Signore? Servono soltanto a dilatare il cuore del Signore che opera un cambiamento di vita nel peccatore pentito. L'amore di Gesù non si ferma. Conquista definitivamente il cuore di Zaccheo. La misericordia di Gesù gli restituisce un cuore di carne. Il suo abbraccio d'amore gli ridona la capacità d'amare.
Se ho rubato a qualcuno, restituirò quattro volte tanto. Di tutto ciò che rimane nei miei forzieri metà appartiene ai poveri.
Oggi la casa di Zaccheo brilla di salvezza e il cuore di Gesù brilla di infinita compassione. Gesù, in realtà, è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto. A cercare. Perché Dio non può stare senza andare alla ricerca della pecora smarrita.
Sa aspettare il figlio perduto, sulla soglia di casa come una sentinella che veglia giorno e notte. Dio cerca e cercando trova e trovando salva. L'Amore restituisce l'amore a chi ne aveva perso le tracce.
Gesù, infinite volte ho sperimentato la tua pazienza, nel correggermi a poco a poco. La mia reazione è stata spesso di insofferenza. Come se tu mi sottovalutassi. Come se tu pensassi che io non avrei potuto camminare con le mie gambe; eppure sapevo bene, Gesù, quante volte la mia illusione era stata una trappola per la mia vita. Gesù, oggi capisco che devo lasciarmi guardare da te. Che devo lasciarmi guarire da te. Che devo rispondere, con la gioia di chi è amato, alla gradualità delle tue richieste.
Gesù tu non mi domandi mai più di quello che posso. Sai attendere, ma non eserciti su di me alcuna violenza. Nemmeno per volermi portare al bene. Gesù, tu aspetti la decisione del mio cuore, e quando mi avvicino a te per riconoscere i miei peccati, tu ti commuovi per la gioia: finalmente il tuo amore ha fatto breccia dentro di me.
Gesù, mi sento come Pietro. Tu gli domandi se sa darti tutto l'amore. Lui non sa rispondere altro se non: Ti voglio bene.
Non so quanto tempo ancora, o Gesù, resterò in questa condizione del mio cuore lento.
Di una cosa sono certo: tu, Gesù, non ti allontanerai mai, non ti pentirai mai di me, amante povero e mediocre.
Sono sicuro che ad ogni piccolo passo, ti troverò accanto a me. Felice. Perché quel piccolo passo è una resa al tuo amore.
Gesù, aiutami ad accettare le mie lentezze.
Gesù, aiutami a desiderare un passo più celere.
Gesù, aiutami, sempre, ad amare te che accogli sia il passo spedito come quello insicuro e vacillante.
Tu, Gesù, sai essere solo così. (Don Mario Simula)

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Luca. (Lc 14,12-14)
In quel tempo, Gesù disse al capo dei farisei che l'aveva invitato:
«Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch'essi e tu abbia il contraccambio.
Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti». Parola del Signore.

RIFLESSIONI
Un pastore buono è un dono eccellente per la Chiesa, come san Carlo è stato per la Chiesa di Milano e per tutta la Chiesa. Consacrato vescovo a soli 25 anni, questo giovane, vissuto negli agi e negli onori del suo rango, si diede tutto al servizio del suo popolo, profondendo ricchezze e salute, sostenendo fatiche e penitenze estreme, che certamente gli abbreviarono la vita. Propugnò con energia e pazienza l'applicazione del Concilio di Trento, con la costante preoccupazione di formare sacerdoti santi e pieni di zelo.
L'amore di Gesù crocifisso era per lui modello e continuo sprone. "San Carlo è stato detto fu l'uomo della preghiera, delle lacrime, della penitenza intesa non come opera eroica ma come partecipazione misteriosa, appassionata alle sofferenze di Cristo, al suo entrare nel peccato del mondo, fin quasi allo scoppio del cuore e alla divisione dell'animo".
Oggi preghiamo in modo speciale per il nostro papa, vero buon pastore intrepido e noncurante di sé, che moltiplica i viaggi, i discorsi, che accoglie tutti, che annuncia con coraggio e franchezza la verità del Vangelo in ogni circostanza e in ogni punto del mondo.

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Luca. (Lc 14,15-24)
In quel tempo, uno dei commensali, avendo udito questo, disse a Gesù: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!».
Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All'ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: "Venite, è pronto". Ma tutti, uno dopo l'altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: "Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi". Un altro disse: "Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi". Un altro disse: "Mi sono appena sposato e perciò non posso venire".
Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: "Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi".
Il servo disse: "Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c'è ancora posto". Il padrone allora disse al servo: "Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena"». Parola del Signore.

RIFLESSIONI
L'ammonimento severo di Gesù, anche oggi viene letto con superficialità da molti che sono stati chiamati a pascere con il Vangelo il gregge del Signore, ma si sono rivolti altrove e hanno lasciato digiuno il gregge, tanto che in molti casi grande parte del gregge è fuggita dall'Ovile. Non c'è più e in quasi tutti i casi non ritornerà. Di chi è la responsabilità?
«Perché Io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena».
Non è una frase da sottovalutare, quantomeno il cristiano deve preoccuparsi e chiedersi se in questo momento sta accettando l'invito di Gesù o lo sta ignorando perché preoccupato in tante altre cose, sicuramente meno importanti.
Gesù desidera la salvezza eterna di tutti, è morto per redimere l'umanità e dare la gloria eterna, a quanti pentiti dei propri peccati si avvicinano a Lui. Però oggi nella parabola fa dire all'uomo che diede una grande cena e fece molti inviti: «Venite, è pronto».
Inviò i suoi servi alla ricerca degli invitati, questo ci indica che all'inizio un popolo era chiamato a partecipare al grande banchetto. Leggiamo la frase completa: «All'ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: "Venite, è pronto"».
La parabola simile la troviamo in Matteo 22,1-14, in questa è un re che organizza un banchetto per le nozze del figlio e alla fine trova uno dei presenti senza la veste bianca, quella che permette di partecipare degnamente alla festa e di fare parte del Regno di Dio.
Teniamo presente che le due parabole hanno lo stesso significato, in quella di oggi è un uomo ricco che organizza un banchetto, in quella di Matteo è un re che festeggia le nozze del figlio. In tutte e due le parabole gli invitati sono gli stessi, ma essi si rifiutano di parteciparvi.
Gesù spiega che gli invitati alle nozze erano inizialmente gli ebrei ma essi trovarono pretesti banali e non vollero partecipare alle nozze o alla grande cena. Si rifiutarono di gioire insieme all'uomo ricco che nel Vangelo di oggi vuole festeggiare.
In queste due parabole che si intrecciano, il significato è uno solo: la condanna di Israele che non volle accogliere il Messia.
Nella parabola Gesù descrive con amarezza e con determinazione che Dio aprirà le porte a tutti quelli che Lo riconosceranno come Creatore e saranno felici di partecipare alla grande festa. Non saranno ebrei, saranno di ogni parte del mondo.
È il padrone a dire al servo di invitare tutti gli altri: «Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi».
Accettano i buoni, quelli che obbediscono all'invito e seguono docilmente Gesù Cristo, senza porsi domande né ricalcitrare come i muli.
L'invito dell'uomo ricco è esteso a tutti, possono però partecipare al banchetto del Cielo ed eternamente quelli che accettano il Signore in questa vita e seguono i suoi insegnamenti. Infine, dobbiamo constatare che dopo l'ingresso nel luogo della grande festa dei più emarginati della società, «i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi», rimanevano ancora posti per altri.
Di chi sono questi posti liberi? Saranno occupati oppure rimarranno vuoti perché gli invitati nel momento definitivo della scelta si rifiuteranno?
«Il servo disse: "Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c'è ancora posto"».
Dio ha preparato un posto meraviglioso nel Paradiso per ognuno di noi, chi sceglierà diversamente dal progetto divino, lascerà vuoto quel posto riservato, forse sarà occupato da altri oppure resterà eternamente vuoto perché lassù non c'è uno spazio limitato, c'è l'infinito.
Un'infinità di posti da occupare nella gloria di Dio, in Paradiso, solo per gli invitati che metteranno il Vangelo come priorità nella loro vita!

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Luca (Lc,14,25-33)
Una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: "Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro".
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l'altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo». Parola del signore.

RIFLESSIONI
Gesù condanna ai suoi Sacerdoti, quindi anche ai Prelati, di vivere come i mondani e di preoccuparsi dei beni materiali.
Le parole rivolte al giovane ricco, sono indirizzate a tutti i Consacrati di ogni tempo e la mancata osservanza porta al rifiuto di Gesù e del suo Vangelo. "Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel Cielo; poi vieni e seguimi" (Mt 19,21).
Queste parole Gesù le rivolge a quanti hanno risposto alla chiamata di Dio e sono Sacerdoti, Prelati e Religiosi. Se non si riesce a osservare questa volontà di Dio, il ministero sacerdotale non potrà mai produrre buoni frutti e le pecore rimangono senza Pastore. Senza guida.
"Vendi quello che possiedi", non si tratta solamente di dare ai poveri quello che si possiede prima di diventare Sacerdote, c'è un'altra cosa che bisogna dare: eliminare la mentalità umana. Bisogna rivestirsi di Cristo per poter vivere da cristiani.
Tutti i Sacerdoti sono chiamati ad una vita angelica, e non è facile abbandonare o spogliarsi della mentalità umana se non si prega molto e non è vivo il desiderio di seguire umilmente Gesù. Senza questa volontà determinata, si cade rovinosamente e molte volte è difficile rialzarsi.
Non è automatico il cambio di mentalità quando si viene ordinati Sacerdoti, occorre un ininterrotto e profondo impegno spirituale che si chiama rinnegamento e rinuncia verso tutto ciò che si oppone a Dio.
Senza questo cambiamento interiore, il Sacerdote e il Prelato restano avvinghiati alla materia volgare e non seguono Gesù.
È dolorosissimo quanto sta avvenendo oggi nella Chiesa. Ci sono lotte di potere economico finanziario, sono molti a pensare più alle congiure che alle preghiere. Questo non aiuta la Chiesa ma Essa è sempre Santa, sono gli uomini a perdere l'onorabilità dopo aver perduto la moralità.
Molti uomini di Chiesa sono lontanissimi dalla disposizione di Gesù riguardo la sua Chiesa, che deve essere povera, spirituale, pura.
Sarà possibile in questi tempi ridare alla Chiesa la sua vera identità?
Sì, ma non per volontà degli uomini, sarà Gesù a rendere pura la sua Chiesa e a ricostruirla dalle fondamenta.
 

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Luca. (Lc 15,1-10)
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l'ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: "Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta". Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: "Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto". Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte». Parola del Signore.

RIFLESSIONI
"In quel tempo dice il passo evangelico di oggi si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro"". Manca ai farisei l'atteggiamento interiore della povertà spirituale, indispensabile per essere all'unisono con Gesù, per condividere i suoi sentimenti. La loro è invece l'attitudine contraria: questo è mio e non appartiene che a me, non può essere condiviso con altri. Scribi e farisei sono convinti che Dio è proprietà loro e di nessun altro: gli altri sono peccatori. Sono loro i padroni di Dio, i padroni della salvezza, i padroni della vita spirituale e mormorano contro Gesù che "riceve i peccatori e mangia con loro", perché hanno l'impressione che venga ingiustamente dato ad altri qualche cosa che è di loro esclusiva proprietà. Gesù vuole invece far loro capire che per essere uniti a Dio non devono rinchiudersi nel loro egoismo, ma aprirsi agli altri, accogliere gli altri, anche quelli che sembrano i più indegni, perché questo è l'atteggiamento di Dio. Dio è la generosità senza limiti, colui che si prende cura di tutti, si rallegra con tutti, si preoccupa in modo speciale dei più bisognosi, cioè di chi si trova in una condizione di miseria spirituale che deve essere sostenuta, confortata.
Chi è povero in spirito desidera il bene degli altri, condivide con gli altri i doni che ha ricevuto, sapendo che sono doni che si moltiplicano distribuendoli; così è nella condizione privilegiata per essere unito al Signore.
Le ricchezze spirituali sono state paragonate alla fiamma. Una fiamma non perde nulla comunicandosi, anzi è accresciuta e diffonde più luce, diffonde più fuoco. Chi vuol metterla al sicuro in un luogo chiuso, la fa morire per mancanza di ossigeno. Così è per le ricchezze spirituali.
Domandiamo al Signore di comprendere profondamente questa attitudine di spirito, che ci impedisce di inorgoglire, di appoggiarci su noi stessi, e ci fa abbandonare nelle mani del Signore tutto ciò che siamo, tutto ciò che facciamo, sapendo che tutto ci viene da lui e che, se li condividiamo, egli moltiplica in noi i suoi doni.

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Luca. (Lc 16,1-8)
In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:
«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: "Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare".
L'amministratore disse tra sé: "Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l'amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall'amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua".
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: "Tu quanto devi al mio padrone?". Quello rispose: "Cento barili d'olio". Gli disse: "Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta". Poi disse a un altro: "Tu quanto devi?". Rispose: "Cento misure di grano". Gli disse: "Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta".
Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce». Parola del Signore.

RIFLESSIONI
Gesù, a conclusione di questa parabola che alla prima lettura può lasciarci abbastanza disorientati, commenta: "I figli di questo mondo, infatti, sono verso i loro pari più scaltri dei figli della luce". Egli quindi non loda l'amministratore per la sua disonestà, ma per la scaltrezza con cui ha saputo trovare, in una situazione difficile, una soluzione che gli permettesse di continuare la sua vita comoda, egoistica.
I figli della luce, noi, siamo altrettanto inventivi nel lavorare per il servizio di Dio? Non troviamo difficoltà per un progetto nostro, e se difficoltà ci sono riusciamo sempre a superarle, perché vi troviamo soddisfazione; quando si tratta di Dio e degli altri ogni difficoltà ci sembra subito insormontabile, ce ne lamentiamo, magari ci sentiamo perseguitati e ci blocchiamo: "Non è proprio possibile... con questa gente! nella società di oggi!...". E così via.
I santi non agiscono così: le difficoltà li spronano a trovare soluzioni, e le trovano, perché il loro unico interesse è il regno di Dio e il loro amore è disinteressato, generoso, inventivo. "Le grandi acque non possono spegnere l'amore, né i fiumi travolgerlo".
Chiediamo al Signore di essere aperti alla lezione di amore che egli ci dà oggi: soltanto così avremo la vita e saremo davvero "figli della luce": vivremo nella luce, perché vivremo nell'amore.

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Giovanni. (Gv 2,13-22)
Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.
Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete.
Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».
I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull'uomo. Egli infatti conosceva quello che c'è nell'uomo. Parola del Signore.
 

RIFLESSIONI
Quando l'imperatore romano Costantino si convertì alla religione cristiana, verso il 312, donò al papa Milziade il palazzo del Laterano, che egli aveva fatto costruire sul Celio per sua moglie Fausta. Verso il 320, vi aggiunse una chiesa, la chiesa del Laterano, la prima, per data e per dignità, di tutte le chiese d'Occidente. Essa è ritenuta madre di tutte le chiese dell'Urbe e dell'Orbe.
Consacrata dal papa Silvestro il 9 novembre 324, col nome di basilica del Santo Salvatore, essa fu la prima chiesa in assoluto ad essere pubblicamente consacrata. Nel corso del XII secolo, per via del suo battistero, che è il più antico di Roma, fu dedicata a san Giovanni Battista; donde la sua corrente denominazione di basilica di San Giovanni in Laterano. Per più di dieci secoli, i papi ebbero la loro residenza nelle sue vicinanze e fra le sue mura si tennero duecentocinquanta concili, di cui cinque ecumenici. Semidistrutta dagli incendi, dalle guerre e dall'abbandono, venne ricostruita sotto il pontificato di Benedetto XIII e venne di nuovo consacrata nel 1726.
Basilica e cattedrale di Roma, la prima di tutte le chiese del mondo, essa è il primo segno esteriore e sensibile della vittoria della fede cristiana sul paganesimo occidentale. Durante l'era delle persecuzioni, che si estende ai primi tre secoli della storia della Chiesa, ogni manifestazione di fede si rivelava pericolosa e perciò i cristiani non potevano celebrare il loro Dio apertamente. Per tutti i cristiani reduci dalle "catacombe", la basilica del Laterano fu il luogo dove potevano finalmente adorare e celebrare pubblicamente Cristo Salvatore. Quell'edificio di pietre, costruito per onorare il Salvatore del mondo, era il simbolo della vittoria, fino ad allora nascosta, della testimonianza dei numerosi martiri. Segno tangibile del tempio spirituale che è il cuore del cristiano, esorta a rendere gloria a colui che si è fatto carne e che, morto e risorto, vive nell'eternità.
L'anniversario della sua dedicazione, celebrato originariamente solo a Roma, si commemora da tutte le comunità di rito romano.
Questa festa deve far sì che si rinnovi in noi l'amore e l'attaccamento a Cristo e alla sua Chiesa. Il mistero di Cristo, venuto "non per condannare il mondo, ma per salvare il mondo" (Gv 12,47), deve infiammare i nostri cuori, e la testimonianza delle nostre vite dedicate completamente al servizio del Signore e dei nostri fratelli potrà ricordare al mondo la forza dell'amore di Dio, meglio di quanto lo possa fare un edificio in pietra.