I SANTI FEBBRAIO
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La vita terrena di sant'Agata si svolge in Sicilia, nel secolo III.La santa è protettrice di: nutrici, balie, infermieri, tessitrici e fonditori di campane (la cui forma è simile a quella dei seni femminili).Agata, di nobile famiglia cristiana, si rifiutò di piegarsi ai desideri del console Quintiniano, che avendo ottenuto editti imperiali contro i cristiani, dapprima la mandò in un postribolo, dove conservò intatta la sua verginità, e poi la fece incarcerare e torturare.La giovane era felice al pensiero di poter incontrare Cristo dopo il martirio, ma il suo atteggiamento fece arrabbiare Quintiniano che la condannò ad una atroce tortura.Agata fu legata a testa in giù e con una tenaglia le furono recisi i seni, come si mostra nei vari dipinti.Nella notte San Pietro le fece visita in carcere e la guarì, ma alla vergine furono inflitte altre torture, sempre per ordine del console.Le fu imposto di camminare sui carboni ardenti e su cocci di vetro, ma durante il supplizio il vulcano Etna iniziò ad eruttare e un terremoto sconquassò la terra.Allora il popolo di Catania supplicò Quintiniano di liberare la poveretta, che fu trasferita in prigione, dove morì di stenti.
Sant'Agata è festeggiata il 5 febbraio, ed è la celebrazione più bella di Catania. 

La preghiera di colletta chiede la misericordia del Signore "per intercessione di sant'Agata che risplende nella Chiesa per la gloria della verginità e del martirio". Il martire si dona a Cristo per giungere a Dio mediante il sacrificio della vita; la verginità non ha senso se non nel dono.
La verginità cristiana è donarsi al Signore, rinunciare a se stessi per vivere unicamente per lui.
Ci gloriamo della nostra unione al mistero della passione e risurrezione di Gesù: è una gloria spoglia di ogni orgoglio perché fondata sulla unione a Cristo nella sua umiliazione per essergli uniti nella sua gloria.
Così sono vissute sant'Agata e le altre martiri vergini, in una verginità donata a Cristo nell'amore per lui, nella fiducia in lui, nella sua forza.
Domandiamo al Signore di aver il coraggio di gloriarci solo di lui e di accettare tutti gli avvenimenti in questa luce, cioè di vederli non dalla prospettiva del nostro interesse, ma per la possibilità che ci offrono di essere più profondamente uniti alla passione e alla vittoria di Cristo.
 


Protettrice di: donne affette da patologie al seno, fonditori di campane, vigili del fuoco

Le città di Palermo e Catania si contendono l'onore di aver dato i natali a questo mistico fiore reciso dalla bufera nella persecuzione di Decio nell'anno 251. I documenti che narrano il martirio della tanto amata Santa affermano però con certezza che sia nata a Catania.Discendente d'illustre famiglia, nel fiore dell'età si era consacrata a Dio col voto di perfetta castità. Ma Quinziano, pretore della Sicilia, conosciutane la bellezza e l'immenso patrimonio, decise di sposarla, e vedendo che non riusciva con le lusinghe, pensò di saziare almeno la sua avarizia valendosi dei decreti imperiali allora pubblicati contro i Cristiani. Agata venne arrestata e per ordine del duce consegnata ad una donna malvagia di nome Afrodisia la quale, colle sue figliuole che menavano pure una vita scandalosa, aveva l'incarico di condurla poco per volta al male.A nulla giovarono contro la giovane vergine le arti di quella spudorata megera, tanto che dopo un mese abbandonò la scellerata impresa.Quinziano, informato dell'insuccesso, richiamò Agata al tribunale, e con tono benigno le disse: « Come mai tu che sei nobile ti abbassi alla vita umile e servile dei Cristiani? - Perchè, disse ella, sebbene io sia nobile, tuttavia sono schiava di Gesù Cristo. - Ed allora, continuò il giudice, in che consiste la vera nobiltà? - Nel servire Dio - fu la sapiente risposta. Egli irritato dalla fermezza della martire, la fece schiaffeggiare e gettare in carcere.Il giorno seguente Quinziano trovando in Agata non minore coraggio di prima, la fece stendere sul cavalletto, e più crudele di una belva, comandò che le fossero strappate le mammelle con le tenaglie. Dopo l'esecuzione dell'ordine feroce la fece rimettere in carcere vietando a chiunque di medicarla o di darle da mangiare. Ma Iddio si burla dell'arroganza e dei disegni umani; infatti in una visione apparve ad Agata l'Apostolo S. Pietro il quale, confortatala ricordandole la corona che l'attendeva, fece su di lei il segno della croce e la guarì completamente.Non si può descrivere la sorpresa e insieme la bile di Quinziano quando, dopo quattro giorni, fatta di nuovo condurre Agata al tribunale, dovette constatare la prodigiosa guarigione. Al colmo della rabbia, preparato un gran braciere, in cui ai carboni ardenti erano mescolati cocci di vasi, vi fece stendere sopra e rigirare la vittima. Ad un tratto, mentre i carnefici compivano quell'orribile ufficio, un terribile terremoto scosse la città, e fra le altre vittime seppellì pure due intimi consiglieri del pretore. Frattanto tutta la città spaventata, cominciò a gridare che quello era un castigo di Dio per la crudeltà usata verso la sua serva e tutti correvano tumultuando verso la casa del pretore, il quale al sentire lo schiamazzo della folla, temendo che gli fosse tolta di mano la preda, nascostamente la rimandò nel carcere. La martire stremata di forze, ma lieta di aver consumato il suo sacrificio, in un supremo sforzo, congiunte le mani, così pregò: « Signore mio Dio, che mi avete protetto fin dall'infanzia ed avete estirpato dal mio cuore ogni affetto mondano e mi avete dato forza nei patimenti, ricevete ora in pace il mio spirito ». Ciò detto chiudeva per sempre gli occhi alla luce del mondo.

PRATICA. 
È ammirabile in S. Agata la purità dà intenzione con cui santificò l'offerta dei suoi beni e di se stessa cercando, in tutto, solo la gloria e l'onore del suo Dio. 

PREGHIERA.
O Signore, che fra gli altri prodigi della tua potenza hai dato anche al sesso debole la vittoria del martirio, concedi benigno a noi che celebriamo la festa della beata Agata, vergine e martire tua, di poter giungere a Te seguendo i suoi esempi. 

Nato a Kyoto nel 1556 in una famiglia benestante e battezzato a cinque anni, Paolo Miki entra in un collegio della Compagnia di Gesù e a 22 anni è novizio, il primo religioso cattolico giapponese. Diventa un esperto della religiosità orientale e viene destinato, con successo, alla predicazione, che comporta il dialogo con dotti buddhisti. Il cristianesimo è penetrato in Giappone nel 1549 con Francesco Saverio. Paolo Miki vive anni fecondi, percorrendo continuamente il Paese. Nel 1582-84 c'è la prima visita a Roma di una delegazione giapponese, autorizzata dallo Shogun Hideyoshi. Ma proprio Hideyoshi capovolge la politica verso i cristiani, diventando da tollerante a persecutore. Arrestato nel dicembre 1596 a Osaka, Paolo Miki trova in carcere tre gesuiti e sei francescani missionari, con 17 giapponesi terziari di San Francesco. E insieme a tutti loro viene crocifisso su un'altura presso Nagasaki.

*Paolo Miki e compagni, martiri, a Nagasaki in Giappone. Con l'aggravarsi della persecuzione contro i cristiani, otto tra sacerdoti e religiosi della Compagnia di Gesù e dell'Ordine dei Frati Minori, missionari europei o nati in Giappone, e diciassette laici, arrestati, subirono gravi ingiurie e furono condannati a morte. Tutti insieme, anche i ragazzi, furono messi in croce in quanto cristiani, lieti che fosse stato loro concesso di morire allo stesso modo di Cristo.
(5 febbraio: A Nagasaki in Giappone, passione dei santi Paolo Miki e venticinque compagni, martiri, la cui memoria si celebra domani il 6 febbraio).

*E' il primo giapponese accolto in un Ordine religioso cattolico: il primo gesuita. Nato in una famiglia benestante e battezzato a cinque anni, Paolo Miki entra poi in un collegio della Compagnia di Gesù, e a 22 anni è novizio. Riesce bene in tutto: solo lo studio del latino lo fa penare; troppo lontano dal suo modo nativo di parlare e di pensare. Diventa invece un esperto della religiosità orientale, cosicché viene destinato alla predicazione, che comporta il dialogo con dotti buddhisti. Riesce bene, ottiene conversioni; però, dice un francescano spagnolo, più efficaci della parola sono i suoi sentimenti affettuosi.
Il cristianesimo è penetrato in Giappone nel 1549 con Francesco Saverio, che vi è rimasto due anni, aprendo poi la via ad altri missionari, bene accolti dalla gente. Li lascia in pace anche lo Stato, in cui gli imperatori sopravvivono come simboli, mentre chi comanda è sempre lo Shogun, capo militare e politico. Paolo Miki vive anni attivi e fecondi, percorrendo continuamente il Paese. I cristiani diventano decine di migliaia. Nel 1582-84 c'è la prima visita a Roma di una delegazione giapponese, autorizzata dallo Shogun Hideyoshi, e lietamente accolta da papa Gregorio XIII.
Ma proprio Hideyoshi capovolge poi la politica verso i cristiani, facendosi persecutore per un complesso di motivi: il timore che il cristianesimo minacci l'unità nazionale, già indebolita dai feudatari; il comportamento offensivo e minaccioso di marinai cristiani (spagnoli) arrivati in Giappone; e anche i gravi dissidi tra gli stessi missionari dei vari Ordini in terra giapponese, tristi fattori di diffidenza. Un insieme di fatti e di sospetti che porterà a spietati eccidi di cristiani nel secolo successivo. Ma già al tempo di Hideyoshi, ecco una prima persecuzione locale, che coinvolge Paolo Miki. Arrestato nel dicembre 1596 a Osaka, trova in carcere tre gesuiti e sei francescani missionari, con 17 giapponesi terziari di San Francesco. E insieme a tutti loro egli viene crocifisso su un'altura presso Nagasaki. Prima di morire, tiene l'ultima predica, invitando tutti a seguire la fede in Cristo; e dà il suo perdono ai carnefici. Andando al supplizio, ripete le parole di Gesù in croce: "In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum". Proprio così le dice: in quel latino che da giovane studiava con tanta fatica. Nel 1862, papa Pio IX lo proclamerà santo.
Nell'anno 1846, a Verona, un seminarista quindicenne legge il racconto di questo supplizio e ne riceve la prima forte spinta alla vita missionaria: è Daniele Comboni, futuro apostolo della "Nigrizia", alla quale dedicherà vita e morte, tre secoli dopo san Paolo Miki.

Non il solo male fa notizia, ma anche il bene. Non solo i grandi peccatori, i criminali suscitano imitatori e seguaci, pronti a ripercorrerne le gesta e gli esempi, ma anche i santi. Anche se c'è una grande differenza: il male fa più notizia. Oggi si dice fa più "audience". I nostri giornali, radiogiornali e telegiornali sembrano indugiare più volentieri, talvolta con morbosità, sui misfatti umani, sulle cattive azioni, sui comportamenti devianti, sui delitti invece che su eventuali azioni positive o normali che ci sono e che sono nella e della stragrande maggioranza delle persone della nostra società.

Penso che questa sia una malattia di fondo del sistema dei mass media in generale. Dare più spazio a ciò che di negativo c'è o si "produce" nella società, invece che a quell'immenso fiume di bene che scorre silenzioso, e che rende questo nostro mondo ancora vivibile. C'è anche un proverbio che riassume questo, che dice: "Fa più rumore un albero che cade, che una foresta che cresce". È mille volte vero.

Questa rubrica "Un mese, un santo" vuole essere un invito a tutti, non solo a vedere ed imitare la "foresta" che cresce, ma a guardare bene se c'è qualche "albero" speciale, dai frutti più belli e saporiti. Fuor di metafora, a guardare ad eventuali santi che Dio ci mette davanti e imitarli, seguendone gli esempi. Qualche volta si dice anche che non si va in paradiso o all'inferno da soli. Ci trasciniamo sempre qualcuno dietro. In altre parole è più facile che da santo nasca santo (naturalmente se anche chi è vicino al santo... vuole farsi santo). Ma non dimentichiamo che non si diventa santi per automatismo, o semplicemente per contiguità spaziale o anche esistenziale, se non c'è la volontà decisa, altrimenti si potrebbe dire... "non c'è santo che tenga".

Abbiamo numerosi esempi nella storia della Chiesa. San Basilio fu grande amico di Gregorio Nazianzeno, e insieme si emularono nella strada della santità. San Francesco d'Assisi "trascinò" Chiara sua compaesana. Ricordiamo sant'Ignazio di Loyola e san Francesco Saverio. San Francesco di Sales e santa Francesca Fremyot de Chantal. San Giovanni Bosco ha "invogliato" alla santità non solo Domenico Savio, ma anche il Beato Michele Rua, il Beato Filippo Rinaldi, santa Maria Mazzarello e altri come don Orione e san Leonardo Murialdo. Tra queste coppie di santi possiamo anche ricordare San Benedetto e sua sorella Santa Scolastica. Questa ha voluto seguire l'esempio del fratello Benedetto, esattamente come Chiara ha voluto imitare Francesco d'Assisi.

Dal monachesimo eremitico alla vita religiosa vissuta in comune

Siccome non c'è molto da dire sulla vita di santa Scolastica (ma nessuno dubita della sua santità, tanto è vero che è nel calendario liturgico della Chiesa), e visto che questa santa è anche una religiosa, questo fatto mi offre l'occasione per dire brevemente come si è arrivati a questa forma di vita cristiana, che verrà poi chiamata vita religiosa. Nessuno sa chi sia stato il primo monaco o in quale anno e luogo sia iniziato il monachesimo. Ma l'idea di appartarsi in solitudine e nella vita austera per giungere al dominio di sé, era preesistente al cristianesimo, ma fu quest'ultimo a dargli grande impulso. Sono tre i nomi che brillano quando si parla delle origini del monachesimo: Antonio, Pacomio e Basilio, e in Occidente san Benedetto. Sant'Antonio cominciò la sua vita "monastica" lasciando tutto (vendendo tutto e dandolo ai poveri, secondo l'invito del Vangelo) e ritirandosi nell'Alto Egitto, nella Tebaide.

Qui Antonio fece l'anacoreta per tutta la vita (anacoreta deriva dal greco anacorein cioè ritirarsi). Pacomio, un altro egiziano, farà fare un salto di qualità a questa prima forma di vita religiosa: con lui si passa dal monachesimo anacoretico, cioè di solitari, al monachesimo cenobitico, cioè vissuto in comunità o per lo meno in qualche forma comunitaria (cenobio significa vita comune). Sarà san Basilio il Grande a portare su basi nuove l'idea cenobitica di Pacomio. Basilio prima di arrivare alla sua "riforma" aveva visitato in lungo e in largo questi anacoreti... Alla fine concluse che forse era troppo facile (in un certo senso!) santificarsi... da soli. Per lui la vera santità si doveva raggiungere insieme, in vita comune organizzata, sotto la "supervisione" di un superiore. Sulle basi stabilite da Basilio si svilupperà in seguito tutto il monachesimo dell'oriente, con influsso su San Benedetto considerato il padre del monachesimo occidentale.

In tutto questo non mancò, come sempre, l'apporto e la presenza femminile. Già nel 340 si segnalava sempre in Egitto la presenza di una comunità femminile. Non mancavano anche le donne (più rare) che vivevano come eremite. Si narra nei Detti dei Padri del deserto che Dulas e il suo abate Bessarione passando vicino ad una spelonca videro un eremita che intrecciava una stuoia con foglie di palma, ma non rivolse loro la parola. Per discrezione essi se ne andarono.

Un po' di tempo dopo, nel viaggio di ritorno, vollero passare nuovamente da quell'eremita, dicendo: "Entriamo da questo fratello, forse il Signore gli dirà di parlare con noi". Entrati lo trovarono morto. E l'anziano disse: "Vieni fratello ricomponiamo le sue spoglia, il Signore ci ha mandato per la sepoltura". E mentre lo ricomponevano scoprirono che era una donna. Stupito, l'anziano disse: "Ecco, le deboli donne combattono contro Satana nel deserto, mentre noi della città viviamo nella dissipazione".

Santa Scolastica a colloquio col fratello Benedetto

Anche il nome di santa Scolastica richiama, nella versione al femminile, gli inizi del monachesimo occidentale, nella forma cenobitica, fondato cioè sulla stabilità della vita in comune. Sarà Benedetto, sulle orme di Basilio, che la inviterà a servire Dio non già fuggendo dal mondo, in una solitudine che poteva diventare solipsismo o rivolti ad una penitenza itinerante, ma vivendo in comunità durature e organizzate, e dividendo il proprio tempo equamente nel lavoro (anche manuale, disprezzato dai Romani) e studio della Scrittura, nella preghiera e nel riposo (il famoso Ora et Labora). La vita comunitaria e i suoi grandi appuntamenti, di lavoro e studio-preghiera avevano unicamente lo scopo di organizzare la santificazione dei monaci. L'obiettivo era di vivere insieme per aiutarsi ad amare maggiormente Dio (in parole povere diventare santi).

Già da giovanissima, Scolastica, seguendo l'esempio del fratello, si era consacrata a Dio con il voto di castità. Più tardi, anche lei fonda un monastero con un gruppetto di sue amiche, tutte donne consacrate, nella zona dove viveva Benedetto con i suoi monaci. Anche Scolastica, come Benedetto, conduceva le sue consorelle sulla strada della santità, con mano sicura, imitando e tenendosi in stretto contatto con il fratello. Il colloquio con lui avveniva solamente una volta all'anno, in una casetta non lontano dal monastero di Benedetto.

Il 7 febbraio del 547 Scolastica con il suo gruppetto di consorelle si presentò all'appuntamento annuale con il fratello. Scrive san Gregorio, al quale dobbiamo le poche notizie su questa santa: "Il colloquio si protrasse per l'intera giornata. Sembrava che Scolastica bevesse fuoco dalle labbra del fratello, più Benedetto diceva su Dio e sul suo bel paradiso, e più nel cuore della sorella cresceva il fuoco del divino amore". Ma anche le cose più belle finiscono. E così finì anche il colloquio tra i due. Dopo la cena, Benedetto voleva congedarsi, ma Scolastica lo supplicò dicendo: "Ti prego, non lasciarmi sola questa notte: continua piuttosto a parlarmi della vita che non ha termine, sin tanto che spunti l'alba, ed io, dopo la Messa e la comunione santa, possa ritornarmene alla mia cella". Benedetto rifiutò energicamente: "Che dici sorella, a me non è permesso trascorrere la notte fuori dalla mia cella".

Scolastica capì che era inutile insistere; non ci sarebbero stati argomenti umani sufficienti a convincerlo. Allora si rivolse a Chi poteva capirla meglio. Reclinò il capo tra le mani e pregò. Fuori scoppiò il finimondo: una vera tempesta di vento e di acqua fece tremare la casetta dove stavano. E Scolastica con santo umorismo: "Ed ora fratello, ritorna pure, se tu credi, al tuo cenobio, e lascia me qui sola per questa notte". Al rimprovero del fratello per quella tempesta, Scolastica replicò: "Ecco, io ti ho supplicato e tu non hai voluto ascoltarmi. Allora ho rivolto le mie istanze al Signore, ed egli, meno rigido di te, mi ha esaudito".

Un rimprovero dolce, ma sempre un rimprovero alla esagerata rigidità di Benedetto. Da notare che questi è rimasto famoso anche per la sua dolcezza, il suo equilibrio e la comprensione verso tutti. Anche la disciplina più santa e più rigida qualche volta deve contemplare qualche eccezione, specialmente se non è per cose che banalizzano il nostro spirito. Interessante il commento che il grande Gregorio, monaco benedettino anche lui e papa, fa dopo aver raccontato questo episodio: "Scolastica fu più potente, perché era stata più forte nell'amore".

E, lo sappiamo, la santità è direttamente proporzionale alla propria fede. Non c'è niente da aggiungere: almeno in questo episodio Scolastica aveva vinto la sfida della fede con il celebre fratello. Questo fu l'ultimo colloquio tra i due. La gioia e la nostalgia del paradiso, risvegliata e rafforzata dalle sante parole di Benedetto, furono così grandi e così forti, che non molto tempo dopo il cuore di Scolastica cessò di battere su questa terra, e cominciò a battere in paradiso per Dio.
Si narra anche che Benedetto vide l'anima della sorella salire al cielo leggera come una colomba, verso Dio, al quale aveva sempre anelato fin da piccola, quando si era consacrata interamente e per sempre a Lui. Correva l'anno 542. MARIO SCUDU

I SANTI FEBBRAIO

14 Febbraio
Santi Cirillo, monaco, e Metodio, vescovo
I santi Cirillo e Metodio sono stati mirabili messaggeri
di pace, di bene e di salvezza presso i popoli slavi.

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Cirillo e Metodio, fratelli, nativi di Salonicco, inviati in missione presso gli Slavi dalla Chiesa di Bisanzio, compirono la loro missione traducendo la Bibbia in lingua slava e celebrando in tale lingua la liturgia. Gettarono così le basi di una vera cultura cristiana popolare. Gravi difficoltà, in particolare le lotte violente fra Germani e Slavi, ostacolarono il loro apostolato. Poiché Bisanzio non sosteneva sufficientemente i suoi missionari impegnati in tali problemi, essi cercarono personalmente appoggio a Roma. Papa Adriano II autenticò la loro missione e accettò il loro metodo apostolico, specialmente la loro liturgia.

Cirillo morì a Roma; Metodio, fatto vescovo dal papa, continuò la missione fra crescenti difficoltà, come Legato apostolico.

Calunniato per le sue iniziative, e ostacolato dalle opposizioni tra Oriente e Occidente e dai conflitti fra principi slavi e germanici, non si scostò mai dalle regole essenziali dell'apostolato cristiano: adattamento del messaggio alla cultura del popolo, valorizzazione dei punti di aggancio del Vangelo con la mentalità della gente, rigetto della uniformità nella ricerca dell'unità.    

I santi Cirillo e Metodio sono tra i patroni d'Europa, proclamati tali da Giovanni Paolo II assieme a san Benedetto nel 1980. Anche se sono ricordati come gli apostoli degli slavi, infatti, la loro opera ha lasciato un seme di unità che abbraccia l'intero Continente e supera qualsiasi divisione culturale, linguistica, politica. Fratelli, nati a Salonicco nei primi decenni del IX secolo, ebbero stretti rapporti con la Chiesa di Costantinopoli e con l'imperatore bizantino: dalla capitale orientale vennero inviati in diversi luoghi come evangelizzatori. Ma l'impresa più importante fu in Pannonia e Moravia, dove Cirillo lavorò a un nuovo alfabeto per le popolazioni locali e alle traduzioni dei testi sacri. Metodio fu ordinato vescovo a Roma e morì in Moravia nell'885, 16 anni dopo Cirillo, che, fattosi monaco, era morto a Roma nel'869.

I SANTI FEBBRAIO

21 Febbraio San Pier Damiani
Vescovo e dottore della Chiesa
Ravenna, 1007 - Faenza, 22 febbraio 1072

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Glorioso collaboratore di S. Gregorio VII e come lui figlio di S. Benedetto. S. Pier Damiani è una delle glorie più fulgide della Chiesa nel secolo XI. Nacque a Ravenna verso l'anno 988 da buona famiglia, ma poco favorita dai beni di fortuna. Perduti i genitori quando era ancor fanciullo, ebbe come tutore un suo fratello maggiore di nome Damiano. E Pietro, in riconoscenza di tutte le sollecitudini che questi usò verso di lui, prese in seguito il soprannome di Damiano.Studiò a Faenza dove eccelse per sapere e per illibatezza di costumi. Ma un giorno la Divina Provvidenza volle che incontrasse due eremiti camaldolesi, ai quali confidò il suo desiderio di vivere in solitudine. Accolto nel loro ordine, si ritirò nel monastero di Fonte Avellana in diocesi di Gubbio, divenendone presto abate. Divideva il tempo nella preghiera, nello studio della Sacra Scrittura e nella penitenza, mostrandosi ai giovani figli modello sublime in ogni virtù. Il suo amore alla povertà gli faceva preferire le vesti più sdruscite. Fondò vari romitaggi, dai quali uscirono eminenti figure di santi che servirono egregiamente a risollevare la moralità di quei tempi, così decaduta. S. Pier Damiani. nonostante la sua vita ritirata, non potè sottrarsi ai disegni che Papa Stefano IX aveva su di lui: lo creò difatti cardinale e vescovo di Ostia. Iddio lo aveva suscitato per rendere grandi servigi alla Chiesa: in quel tempo la simonia era molto in voga e causava grande scandalo ai fedeli. Pietro, con instancabile opera e prolungate penitenze, riuscì a porre un argine; il fascino del suo esempio e della sua loquela, piegava principi e dignitari ecclesiastici. Ebbe importanti e delicate missioni in Francia ed in Germania: quivi riuscì a distogliere l'imperatore Enrico IV dal proposito di divorzio. Intanto moveva continue suppliche al S. Pontefice, pregandolo di volere accettare le sue dimissioni dalla carica prelatizia e concedergli il ritorno nella pace solitaria del monastero. Dopo tanto, ottenne ciò che desiderava. Chiusosi in una cella, spese i suoi giorni a combattere colla penna certi abusi che offendevano la santità monastica. Ebbe in tale modo occasione di lasciare al mondo cristiano dottissimi libri di ascetica che rivelano nell'autore l'uomo di talento perspicace, squisito, santo. Ha uno stile facile e dilettevole e le sue poesie sono giudicate piene di grazia e d'eleganza. Il Santo spirò a Faenza nel 1072. La Chiesa, riconoscente per i suoi grandi meriti, l'annoverò tra i suoi Dottori.PRATICA
Se vogliamo sentire la voce di Dio fuggiamo, per quanto è possibile, il chiasso del mondo. PREGHIERA.
Concedi, o Signore, di seguire gli insegnamenti e gli esempi del beato Pietro tuo confessore e vescovo, onde, con l'oblio delle cose terrene conseguiamo i gaudii eterni.